About

La nascita

I primadellapioggia nascono alla fine degli anni settanta, come persone. Come gruppo forse ci formiamo nel 1996. Ben due anni dopo l’uscita del film di Manchevski di cui ignoravamo l’esistenza, la sera in cui dovevamo annunciarci da un palco di un localino alquanto malmesso di Lokev (Slo), abbiamo pensato bene di far mostra, già nel nostro nome, delle condizioni meteo in cui siamo cresciuti. Non era la nostra prima esperienza musicale, anche se l’equipaggiamento tecnico ereditato dalle precedenti avrebbe fatto supporre il contrario. Anche gli stessi primi compagni di formazione sono stati tutti compagni di una precedente formazione punk hardcore califriulano dal rivoltoso nome di Ciompi. Per la cronaca, anzi, per la storia, alla batteria sedeva un azzurro crinato Stefano (ora voce degli Iran Iran), un romantico Elia alla chitarra (romantico perché ci avrebbe abbandonati per la figa), il Bisi al basso, Daniele alla voce e Davide (Grace, voce narrante) al fax.

Il Pier alla batteria

Stefano decide che il nuovo metal non fa per lui e quando anche Elia abbandona l’arca per inseguire più pragmaticamente la via della procreazione eterosessuale, noi perdiamo la sala prove (dimora di questo riscoperto Don Giovanni). Ci accoglie il centro sociale di Udine, che all’epoca si trovava ancora in via Volturno. Il batterista lo troviamo il Bisi e io sui campi da sci. La passione per la montagna e il metal incoraggia questi tre timidoni a rendere esplicite le relative necessità, e così avviene il connubio artistico. Il nuovo componente è Pier.

Alla chitarra, dopo non molto si inserisce nel gruppo Marco. Uomo saggio e coscienzioso ci porta con pazienza e autorevolezza agli Entropia Studios per registrare il nostro album di debutto, che prende il nome dalla data d’uscita: 26 aprile 2000. In quegli anni i CD si possono portare a mano dai negozianti della regione e farsi ridere dietro. E noi lo facciamo. Questo biglietto da visita ci permette di salire sui palchi dei centri sociali della regione, per alcuni memorabili (solo per noi, ovviamente) concerti come quello al Farkadize di Bagnaria Arsa, in cui per la prima volta il pubblico canta il ritornello della Tre. Autocelebrazione? Sì.

Mulligans, festival ad Aviano, a Gorizia, a Empoli, permettono ai nostri genitori di scialacquare il loro denaro in benzina per i mezzi che ci trasportano on the road. In questo periodo di intensa attività (ah ah ah) il laureando Marco deve abbandonare la ciurma e gettarsi nelle acque ben più prolifiche dell’ingegneria. Nel capodanno tra il 2000 e il 2001 (N.d.A. queste date potrebbero essere casuali), celebrato con concerto degli Oliver al centro sociale di Udine, il Tubo (attualmente tra le fila dei Robert Of The Square e dopo aver da poco abbandonato gli Hotel Matthaus) si dice entusiasta di coprire il ruolo di sbandieratore di manici di chitarra su palchi infuocati dai nostri pezzi.

Tubo all’ascia

Il nuovo acquisto rivoluzionò l’assetto della band. Le sue virtù all’attrezzo sonoro permisero all’amministrazione di non porsi limiti in fatto di elucubrazioni compositive. La sala prove si spostò in un ambiente con una temperatura che superava il mezzo grado Celsius e l’umidità relativa era spesso sotto il 90%. Scoprimmo così che il nostro colorito di default non era quel cianotico che eravamo abituati a vederci addosso sul palco del CSA che usavamo da sala prove. Eravamo dei ragazzotti paffuti e gioviali, intenti a rilasciare interviste come questa, laboriosi, determinati e in meno di un anno, eravamo nuovamente pronti per registrare un nuovo fiammante disco. Tesis. Questa volta il fonico che ci accolse sotto la sua ala protettrice fu Gaetano e in tempi tutto sommato biblici, demmo vita al disco che ci fece sperare come nessuno dei nostri studi accademici fece, in un futuro roseo e prosperoso. Le recensioni erano lusinghiere, i commenti degli amici entusiasti, e chi non era entusiasta non era nostro amico. Ora si trattava solo di pagare Gaetano, trovare un manager e volare dritti verso il successo. Peccato che di fronte a questi oneri, l’unico che volò, fu il Pier, e la direzione era una scuola che lo obbligasse a non addormentarsi sul banco. I soldi li appoggiammo noi, ma della distribuzione se ne occuparono due etichette: la Shove Records di Alessandria e la Anno Zero di Milano.

Decostruzione lenta e inesorabile

Seguì un periodo piuttosto amaro, da una parte la voglia di sfruttare le opinioni positive che l’album Tesis aveva generato su di noi, dall’altra l’impossibilità di suonare ci calò in una staticità sconfortevole. Per mesi ci adoperammo alla ricerca di un nuovo batterista, arrivammo addirittura a indire dei provini. La soluzione fu ingaggiare un musicista che non aveva nulla a che fare con noi e col nostro genere, ma ci accomunava la mancanza di una controparte con cui mantenersi in attività. Le capacità di questo individuo erano ragguardevoli, la scrittura dei nostri pezzi si evolse ulteriormente, sul piano ritmico diventammo ingarbugliatissimi, qualcuno scrisse “i Cave In prima del rincoglionimento” riferendosi a Decostruzione dell’umano equilibrio, il nuovo EP che registrammo sempre da Gaetano. Questa nuova produzione rappresentava per noi il pass-par-tout per raggiungere, questa volta, delle etichette interessate alle nostre malsane calamità mentali tradotte in versi atroci prodotte dai nostri ampli e dalle sferragliate alla doppia cassa prodotte dall’uomo Midi seduto dietro ai tamburi. Vlad, questo il suo appellativo, stava per altro iniziando ad apprezzare questi quattro virgulti che per ogni prova si bevevano 3 ore di asfalto per raggiungerlo in una gelida casa di cui è meglio se non aprite quella porta. Il suo amore nei nostri confronti però non aveva ancora raggiunto quella profondità tale da schiodarlo da quel mondo fatto da casse triggerate e sangue da succhiare e accompagnarci all’imperdibile appuntamento del Mulligan’s fest in Toscana. Infatti, dopo un’intera mattinata di prove in una chiesa sconsacrata a Ginestra Fiorentina, messa a disposizione da Roy (il nostro fan numero uno, componente dei J.P.Belmondo), ci esibimmo guidati dal prode batterista degli Esicastic, ovvero Simon, uomo dall’inimmaginabile velocità d’apprendimento.

In vena di Vlad

Da quel momento, forse acceso da una vampata di gelosia, Vlad entra nell’ottica che far parte di un gruppo vuol dire suonare, muoversi, andare in giro, calcare palchi. Peccato che questa marcia i nostri flemmatici eroi non l’abbiano mai inserita. Ma rilassatamente partecipano a memorabili in quanto grottesche serate musicali.

Un importante (è ovviamente ironico) concerto a Bagnaria Arsa, in cui abbiamo diviso il palco (ah no, era un marciapiede) con i Tempesta (non quelli, dei Tempesta ancora meno famosi), solo per il gusto di accoppiare due nomi su una locandina che avrebbe potuto firmare l’Osmer, (e ora giungo al verbo della principale) si è aperto con la nostra, ormai celebre, risposta “No, grazie.” all’ingenua domanda “Volete una birra per rompere il ghiaccio?”

Per rimanere in tema di scalette progettate da menti meteoropatiche, al concorso per gruppi inascoltabili di Lonca di Codroipo, ci hanno piazzati per ultimi temendo che portassimo sfiga e gli si rovinasse l’impianto sotto un nubifragio chiamato da noi. Se non ricordo male non c’era nemmeno il fonico quando abbiamo suonato noi.

Pizza con pinoli

Un concerto che finirà negli annali per l’enorme tributo versato dalla comunità fu sicuramente quello in un paesello dalle parti di Belluno di cui ricordo benissimo il nome, ma non voglio rivelarlo per questioni di privacy. Check, controcheck e check del controcheck, ci avanza tutto il tempo di andarci a prendere una pizza in una locanda nei paraggi. Sembrava una pizzeria decente percui decidemmo di risparmiarla dalle risse spaccatavoli che sempre aizzavamo noi harleysti molesti durante le nostre scorribande notturne. Così ordinavamo il solito. Che nel nostro caso era sei o sette marinare, a volte anche otto con sopra una farcitura che spaziava da ogni tipo di accoppiamento di verdure delle più introvabili nelle pizzerie. Una di queste varie pizze prevedeva l’aggiunta di spinaci e pinoli. Abbinamento gustosissimo, oltre che salatissimo. Non nel senso dell’abbondanza di sale, bensì della carenza di moneta all’avvenuto pagamento. Ma visto che la serata era pagata bene (una misera, N.d.A., ma la meglio pagata di tutte e forse l’unica) anche qualcun’altro dei baldi suonatori decise di optare per questa deliziosa guarnizione. Al ché, una volta pronte le pizze, la cordiale, simpatica e nei miei ricordi, inizialmente, anche carina cameriera, ha la geniale e sicuramente gradita idea di portarci, assieme a un paio di pizze, una terrina di vetro ricolma di pinoli. Quando abbiamo visto arrivare quel quantitativo esoso di materia prima così costosa, i nostri occhi hanno brillato di felicità, la cameriera, vedendoci così eccitati, ha capito di aver azzeccato a pieno i nostri vizi, e tronfia della sua iniziativa muove sicura verso di noi. Nell’istante in cui tutti i nostri occhi si sincronizzano in uno sguardo di gioia per il prossimo appagamento, il piede della cameriera, vestito di instabili infradito modello Havaianas, urta un mezzo gradino che divideva la sala del pizzaiolo da quella dei tavoli, un gradino la cui presenza era talmente ben immagazzinata nella memoria corporale delle gambe della cameriera, abituata a superarlo centinaia di volte al giorno, che non poteva permanere in una situazione di estasi dovuta alla soddisfazione dei nostri palati mediante quell’ingente dose di pinoli. Quell’istante tutto è cambiato, lo sguardo della cameriera è diventato sofferente, spaventato, arrabbiato. Il piede non ha retto. Le braccia non hanno retto. E in un istante, sempre in quell’istante tutto è andato per terra. La cameriera. Le pizze. La caraffa piena di pinoli è volata sul pavimento e si è infranta facendo fuoriuscire un’ondata di pinoli. Migliaia di pinoli nel giro di un secondo si sono infilati tra le gambe dei tavoli, sotto le sedie, in tutti i pertugi del pavimento, hanno ricoperto ogni cosa al di sotto delle suole e al di qua di quel gradino. Ben mescolati con migliaia di schegge di vetro, di pezzi di pizza e di piatti. Migliaia di pinoli. Destinati a noi. Ora erano sul pavimento. Lì. Per terra.

I nostri sorrisi affamati si erano tramutati in smorfie incredule. La cameriera si era fatta male. Chissenefrega. Lì ci sono i nostri pinoli. Nell’economia della pizzeria quell’incidente doveva essere recuperato nel minor tempo possibile, così un’altra cameriera passa una scopa che raccoglie grossolanamente quei fastidiosi frantumi e li getta nelle immondizie, vanificando così anche le nostre più remote speranze di setacciare meticolosamente il raccolto (mandando tranquillamente a monte il concerto). Qualcuno ha addirittura sperato che ci potesse essere un’altra brocca ripiena di pinoli, rendendosi subito conto che quella era la loro cassaforte con l’incasso degli ultimi sei anni e non ce ne potevano essere altre. E infatti un’altra cameriera ci portò le pizze, rifatte, nel frattempo il gestore del locale accompagnava la cameriera infortunata nel retrobottega (povera, le avrà pure sentite).

Ma lo sai quanto costano tutti quei pinoli?

Ma lo sai quanto sono buoni tutti quei pinoli?

Shagoo

Il concerto poi andò benissimo. Incapaci di ritornare nella realtà, dopo aver accarezzato il paradiso e non essercisi potuti stabilire, le nostre doti furono, per una sera, ragguardevoli. Suonammo meglio che mai. E almeno di quello avremmo potuto prendere soddisfazione, se non fosse che il gruppo prima di noi, suonò fino allo sfinimento biologico di tutti gli astanti che prima dell’accenno della nostra prima nota, erano già col capo coricato sui guanciali dei propri letti. Ognuno nella rispettiva dimora. Era rimasto solo il barista. Perché doveva lavare i bicchieri.

Mesi dopo (o forse prima… Suvvia, sono passati anni!) ci attendeva lo Shagoo Shagoo Fest. Palco da noi molto ambito perché assai difficile da raggiungere, visto che partecipavamo all’organizzazione della due giorni. E così, prima degli Isobel, ci prendiamo tutto il tempo, e tantissimo, per mettere a fuoco i nostri strumenti, calibrarli, inquadrarli come si conviene, fare check, controchek e claudio checketto. Insomma, una volta sistemato tutto quanto a puntino, lasciata crescere la suspense all’inverosimile, lasciata crescere la barba anche all’inverosimile, ci prodighiamo in un’esibizione così pessima da perdere l’equilibrio sul palco per il disorientamento. Volti imbarazzati e attoniti ci scrutano dal pubblico, sono di coloro che giureranno di non conoscerci. Gli Isobel sono furibondi per il nostro ritardo, noi lo siamo per il nostro spettacolo inverecondo. Loro hanno ragione, noi abbiamo una serie di scuse e accuse da inventarci. Scesi dal palco la gente ci evita, ci schiva, siamo degli appestati. Una persona ha il coraggio di dirmi “Beh, bravi!” Non so a cosa si riferisse, ma sicuramente era appena arrivata e non aveva sentito una nota.

Forse quello fu il nostro concerto più discusso, di sicuro fu l’ultimo (o forse no, ma mi piace pensare di aver chiuso prima di arrivare alla fase discendente della parabola). Per settimane continuarono a chiederci come avessimo fatto a suonare così male. Noi eravamo ancora una volta all’avanguardia.

5 risposte a About

  1. Davide Bisignano ha detto:

    ormai che mi sono registrato lascio anche un lacrima

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  2. brasco ha detto:

    l’altro giorno stavo al mare con la mia fidanzata, in un posto di mare dove i soliti giovani di turno si tuffavano da scogli di altezza impossibile. allora le ho detto “una volta ho visto il croa tuffarsi di testa da un cotale scoglio….dentro un torrente di montagna!”. quando lei mi ha risposto “chi è il croa?”, ho cominciato a dubitare della nostra unione.

    adesso corro a riascoltare 26 aprile 2000, sperando di non morire di amarcord.

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  3. Lorenzo Ciuciat ha detto:

    Un saluto da Trieste!
    Anche a distanza di quasi 10 anni rimanete la band con cui ho fatto le robe più incasinate che potessi riuscire a concepire!!! 🙂

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